L’Ecopsicologia sostiene un circolo virtuoso in cui, occupandosi della salute del pianeta, si ristabilisce salute e benessere per l’essere umano e, viceversa, lavorando sul proprio benessere attraverso una riconnessione con la natura interiore – facilitata dalla risonanza esistente con la natura esterna – le persone sono naturalmente portate a prendersi cura della Terra.

Pur richiamando due specifiche discipline, l’ecopsicologia rappresenta un approccio  trasversale che può essere utilizzato in ambiti molto diversificati: parchi e aree protette, scuole, aziende, comunità locali, amministrazioni pubbliche, associazioni e movimenti ambientalisti ecc. Gli aspetti che accumunano le diverse possibili applicazioni sono principalmente:

  • approccio esperienziale, che lavora soprattutto allo stimolo del piano emotivo;
  • esperienza diretta o indiretta di relazione con la natura, che facilita riflessione, ascolto, osservazione di sé e del mondo;
  • stimolo a vedere e percepire il legame profondo tra uomo e natura, arrivando alla comprensione di appartenere a un unico, grande e meraviglioso sistema vivente;
  • consapevolezza che la cura di sé e la cura del mondo sono intrinsecamente legate, motivando azioni dirette al miglioramento personale e collettivo.

Nel lavoro con i bambini, per creare attività di educazione ambientale ed educazione alla Terra, il rapporto diretto con la natura divemta mezzo e fine dell’esperienza. Quando entra in campo l’Ecopsicologia, si sviluppa in modo più esplicito l’aspetto “psico”, che integra quello “eco”. In questo senso, le esperienze e le attività proposte diventano strumenti per stimolare nei bambini una capacità di autoascolto, di osservazione interiore ed esteriore, finalizzata a comprendere il legame che esiste tra il loro ambiente interiore e l’ambiente naturale esterno. Questa comprensione è ovviamente modulata rispetto all’età dei bambini a cui ci si rivolge. In ogni caso viene privilegiata una comprensione non razionale, ma piuttosto emotiva che si basa sul sentire, percepire tale legame.

Per i bambini questo significa poter toccare, assaggiare, annusare, osservare la natura, potersi meravigliare delle sue molteplici manifestazioni, poter dialogare con gli elementi naturali e creare un linguaggio che diventi il proprio personale modo di comunicare con essi. Questo tipo di lavoro ha molteplici valenze educative.
Rispetto all’apprendimento si adotta un approccio maieutico che rifacendosi all’etimologia della parola educare (da ex-ducere ovvero tirare fuori ciò che è dentro), mette i bambini nelle condizioni di avere a disposizione gli strumenti necessari per apprendere, piuttosto che impartire nozioni. In questo modo la comprensione dell’ambiente naturale diventa un viaggio di scoperta, un mezzo per stimolare le personali capacità e conoscenze dei bambini.

Rispetto all’esperienza, il lavoro in natura è un potente strumento per “riabilitare” i bambini a una confidenza con l’ambiente naturale, spesso percepito o fatto percepire, come sporco e pericoloso. Sono sempre meno, soprattutto nelle aree urbanizzate, le occasioni per giocare all’aperto, in giardini, parchi e ancora di più in spazi naturali non strutturati, dove la fantasia è libera di costruire castelli, incontrare draghi o trovare folletti e dove il corpo è libero di toccare, sporcarsi, bagnarsi e avventurarsi.

Questa mancanza di natura è ormai riconosciuta come una vera e propria patologia, definita Sindrome da Deficit di Natura (Nature Deficit Desorder – NDD) a cui si possono ricondurre, secondo Richard Louv, sintomi sempre più diffusi soprattutto nei bambini e nei giovani come difficoltà di concentrazione, stress, insicurezza, iperattività, piccole fobie, difficoltà relazionale e di socializzazione. A questa contingente emergenza di salute psichica e fisica, che colpisce in particolar modo le grandi metropoli statunitensi e cinesi, ma i cui segnali sono riscontrabili anche in città di minore estensione, si associa il rischio più a lungo termine di un crescente disinteresse da parte dei giovani al mondo che li circonda.

È quindi urgente creare opportunità in cui sia possibile per i bambini giocare nella natura e ancora di più giocare con la natura, risvegliando, nei confronti di questa e del Pianeta un sentimento innato (e ancora presente soprattutto nei più piccoli) di amore e appartenenza.
Rispetto agli strumenti il lavoro che si propone ai bambini è centrato sul gioco. Un gioco che mette in relazione con l’ambiente esterno stimolando la riflessione su ciò che accade all’interno. In questo modo il mondo delle emozioni viene messo in relazione con quello che si incontra in natura. Il bambino viene accompagnato a trovare luoghi, oggetti, odori che possano attivare emozioni piacevoli e riconoscere ciò che invece suscita disagio o paura, allenando l’ascolto del mondo e quindi di sé. La natura diventa mezzo per stimolare lo stupore e la meraviglia di fronte alla capacità innata che c’è in ogni bambino di riconoscere la bellezza. Questo tipo di lavoro facilita automaticamente l’apertura verso gli altri esercitando modi di relazione più attenti e collaborativi.

Rispetto ai contenuti, i bambini “imparano le cose della natura”, ma soprattutto i modi che la natura ha selezionato per sopravvivere e evolversi. In questo senso si parla anche di ecoalfabetizzazione, facendo riferimento all’esperienza del Center for Ecoliteracy fondato da Fritjof Capra e Zenobia Barlow. La frequentazione della natura, la sua osservazione e l’interazione con essa mettono automaticamente nella condizione di diventare consapevoli del sistema di cui siamo parte e delle sue “regole”. L’interdipendenza, la ciclicità, la cooperazione sono alcune delle “regole” che anche la società umana dovrà applicare per essere vitale, creativa, pacifica e sostenibile.

La riabilitazione dei bambini a una relazione di fiducia e curiosità nei confronti della natura è un processo fondamentale e oggi più che mai urgente. Sempre più numerose sono le esperienze pedagogiche che stanno ponendo al centro il valore di questa relazione, basti pensare alla diffusione della realtà degli asili e scuole nel bosco che si sta consolidando come proposta educativa alternativa alle “scuole nel cemento”.
Premesso che è il metodo educativo ad avere priorità rispetto al contesto, l’accesso alla natura come risorsa di esperienza ne amplifica notevolmente l’efficacia. Del resto non viene difficile immaginarsi quali adulti potranno diventare, dei bambini maggiormente stimolati da un contesto naturale o da uno artificiale.

Come tutte le specie anche l’uomo occupa il mondo e se ne occupa simultaneamente, questi aspetti non possono essere separati. E se del mondo, i bambini dovranno prendersi cura è bene costruire con esso una relazione che insegni valori quali la creatività per affrontare problemi e cambiamenti, la collaborazione per avvantaggiarsi in modo vitale gli uni degli altri, la bellezza per esprimere la propria forma e giocare il proprio ruolo portando valore all’intero sistema. Di tutto questo e molto altro la Natura è maestra.

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Laureata in Scienze Naturali. Professionista nell'ambito della conservazione della natura applicata alla pianificazione territoriale e nelcoordinamento di progetti partecipativi a scala comunale e provinciale legati alla tutela della biodiversità e alla riqualificazione fluviale, con particolare riferimento alla strategia delle Reti Ecologiche (oggi Green Infrastucture). Del mio lavoro mi ha sempre appassionato approfondire come passare dalla teoria alla pratica, dalle politiche alle azioni. Sono Ecotuner e Green Coach in formazione.