Molta della ricerca nell’ambito dell’ecologia e della conservazione della Natura, ignora il ruolo del sé diviso, che contribuisce – anche sul piano ambientale – alla creazione di quegli stessi problemi che cerca di risolvere. Non è possibile, quindi, trovare soluzioni, senza prima esaminare la base stessa del sé, che prima crea il problema e poi parte all’avventura per risolverlo. Questo articolo esplora il riflesso delle tensioni di un sé diviso che si esprimono nelle attività sociali e nelle scelte politiche, che si frammischiano e confondono all’interno della narrativa più ampia del disastro ambientale.

La divisione, nel sé, emerge quando vengono distorte l’esperienza del mondo e l’esperienza di sé. C’è da pendere in considerazione, prima di tutto, un contesto esistenziale che influenza tutte le forme di follia. Sperimentando noi stessi come “persone”, rispetto agli altri, proviamo un senso di autoconvalida, ma quando la stessa esperienza si inverte – quando cerchiamo, cioè la conferma della nostra identità nel feedback che riceviamo dagli altri – si verifica una spersonalizzazione.

La modernità, con la sua ossessione per gli oggetti e l’oggettivazione – che Fromm chiama appropriatamente necrofilia – fa sì che la spersonalizzazione diventi la base stessa della formazione dell’identità e della relazione con il mondo. Le caratteristiche individuali, che includono le dimensioni ecopsicologiche dell’essere nel mondo, si trasformano in meri prerequisiti per una sessione terapeutica decente. In effetti, lo stesso linguaggio con cui le persone tendono a descrivere i loro mali porta il marchio della stessa folle frenesia da cui cercano di tirarsi fuori. Andree Collard, ad esempio, sottolinea la differenza nella descrizione che le persone fanno della loro relazione con i propri simili – che sono piene di una complessa gamma di sentimenti ed emozioni – e di quella della loro relazione con la Natura, che ha una forma molto più povera e stereotipata di linguaggio. Il riduzionismo insito nel linguaggio, quindi, non solo aiuta nella divisione del sé, ma diventa anche un ostacolo primario a qualsiasi guarigione. Impegnati in un’atmosfera sociale che enfatizza la spersonalizzazione e l’alienazione, si finisce col cercare la convalida della propria identità proprio in quelle stesse istituzioni e strutture che, in primo luogo, minacciano il “sé”. Ad esempio, sebbene sia proprio il tecnocentrismo a indurre una frammentazione del proprio sé, questo non impedisce a nessuno di infatuarsi del prossimo hashtag su Twitter.  Si crea, al contrario, una personalità che crea dipendenza e cerca gratificazione in un’approvazione priva di significato da parte dello “sconosciuto”. Kanner & Gomes si riferiscono a questa ossessione come una forma di disturbo narcisistico di personalità.

Non si tratta di negare che la tecnologia abbia i suoi vantaggi, ma di riconoscere che la nostra dipendenza dal cercare soluzioni ai nostri problemi nella tecnologia spesso si somma al  problema stesso. Come evidenziato dalla ricerca di Rachel Carson sull’impatto dei pesticidi.
Ci sono molti esempi sulle conseguenze di un approccio alla tecnologia non adeguatamente esaminato, o di presunte buone riforme politiche, come la cosiddetta rivoluzione verde in India. Il presupposto di base è che “tutto è uguale”, cioè che se le variabili coinvolte rimangono le stesse, la riforma attraverso la politica, la protesta o la tecnologia “dovrebbe” funzionare. Ma gli esseri umani non sono uguali, non sono monadi composte degli stessi livelli di paura e desiderio (tra le altre cose). Anche tra collettivi sociali, c’è poco di comune, in termini di richieste e bisogni, da parte dei diversi gruppi. Due persone possono avere desideri o paure molto diversi in base a una serie di fattori sociali, psicologici e culturali. Questo può essere facilmente compreso osservando i diversi atteggiamenti che le persone hanno nei confronti del cambiamento climatico. Tutti i dati scientifici indicano la catastrofe che ci attende, eppure le persone continuano a negare. Perché succede questo? Il divario tra il cambiamento percepito e il cambiamento effettivo è ovviamente il risultato di visioni diverse. Ma il fatto che gli individui in questi gruppi (incluso il mio sé) siano stati continuamente privati ​​della totalità del loro sé, gioca un ruolo molto più importante. I nostri corpi, ad esempio, sono diventati semplici oggetti tra gli altri, che devono essere abbelliti e modificati per dover essere apprezzati dagli altri. I nostri corpi diventano, per usare una frase di R. D. Laing, il nucleo di un sé non incarnato. Il sé diviso, senza corpo, è onnipotente e sempre potente. Si impegna in un mondo che egli stesso ha creato e non è mai in relazione creativa con gli altri. È un consumatore, una merce e un venditore… tutto in uno. Gli annunci pubblicitari e i centri commerciali ci spingono a consumare, i media ci usano come merce, e noi facciamo gli annunci e lavoriamo per i media! La divisione nel sé rende impossibile riconoscere la gravità del problema, soprattutto perché è molto più facile distogliere lo sguardo e lasciare che le cose siano. Crea un vuoto dentro di noi, che può essere riempito solo da cose nuove, eventi o ideologie vuote.

Affinché un qualsivoglia movimento ecologico abbia successo, dovrebbe quindi riconoscere l’aspetto ecopsicologico del nostro sé, poiché è il “sé” che si trova al centro di ogni esperienza e azione. Un sé diviso  porta solo più crisi e più caos.

 

Foto: Turquoise abstract landscape by Alan Scales – unsplash.com
Bibliografia: 
– Fromm, E. (1992). The anatomy of human destructiveness. Macmillan.
– Collard, A., & Contrucci, J. (1989). Rape of the Wild: Man’s Violence against Animals and the Earth. Indiana University Press.
– Kanner, A. D., & Gomes, M. E. (1995). The all-consuming self. Ecopsychology: Restoring the earth, healing the mind, 77-91.
– Laing, R. (2010). The divided self: An existential study in sanity and madness. Penguin UK.